Karachi Literature Festival 2016

I giorni che precedono il Karachi Literature Festival sono scanditi dall’attacco all’università Bacha Khan (raffiche di mitra su studenti e professori, trenta morti) non lontano da Peshawar, e da una bombetta di minor portata a Quetta doppiata proprio nei giorni del mio arrivo. Non sono mai stato così vicino a una zona di guerra, o comunque a rischio attentati. Ho visto, in altri continenti, periferie urbane terribili in guerra con sé stesse e le ho anche percorse a lungo, ma qui non so come comportarmi.

Quel che mi vedo attorno non collima però con il flusso delle informazioni. Il festival si svolge dentro a un resort demodé, proprietà di una famiglia di etnia Parsi. I Parsi – o Zoroastriani – sono la minoranza religiosa più circoscritta d’Asia, poche centinaia di migliaia di persone, spesso grandi famiglie proprietarie (i Tata di Bombay lo sono). Questi Parsi di Karachi hanno sei alberghi di lusso nel paese, ospitano gratuitamente gli autori presenti al LitFest nelle stanze del resort, e i dibattiti in sale convegni di varia metratura oltre che sotto un paio di tendoni bianchi. Di cognome fanno Avari.

 

In un paese di guerra, in una città dove ogni partito politico ha la sua milizia armata, ogni scheggia di Islam i suoi profeti jihadisti in lotta tra di loro, il pubblico non fa una piega. Comprano tranquilli il biglietto, attraversano uno scanner d’anteguerra, un soldatino fa passare i cellulari sul vassoio, dopo un po’ smette di alzarsi a palpare le gambe di chi ha fatto squillare l’allarme. Però sul piazzale ci sono tre camion, i militari sul cassone. Sfila sotto i tendoni e tra gli stand il ceto medio-alto di Karachi, metropoli portuale e industriale di 23 milioni di abitanti, futuro snodo strategico dell’espansione commerciale cinese. La più brutta città che ho visto nel continente. Al Festival, solo poche donne portano il velo.

Un amico giornalista esperto dell’area mi scrive: stai in campana, con molti punti esclamativi. Ma una seconda amica mi racconta di avere percorso la città in lungo e in largo, ben avvolta in un velo, senza problemi. Un terzo, che sul Pakistan scrisse un libro, è entusiasta del mio viaggio e mi gira i suoi contatti: redattori dei media – in lingua inglese – locali e nazionali saranno presenti alla nostra conferenza stampa. Nostra: io con la mia casa editrice (Metropoli d’Asia) e il Consolato d’Italia. Accoppiata inusuale. Lanciamo un premio per un romanzo pakistano. Quando il programma compare sul web, a due giorni dall’apertura, scopro che gli incontri in cui sono relatore si svolgeranno in una room 007. Intrigo internazionale: ma è solo la discoteca del resort con tanto di fotografie di molti James Bond, riadattata in sala convegni.

 

Lanciamo un premio letterario, io e il Console Gianluca Rubagotti, che è quel che non ti aspetti da un diplomatico (queste sorprese non sono infrequenti, in Asia). Lui ci sta, ha voglia di inventare, mesi orsono mi lancia la proposta di una partecipazione, ripetere il giochino che feci a Taipei, a Giacarta. Rispondo, dai, si fa. Se mi inviti! Quindi una giuria locale selezionerà i romanzi finalisti, e in Italia la giuria nostra proclamerà il vincitore. Preferibilmente, un romanzo ambientato nella contemporaneità, un autore giovane. Diritti a Metropoli d’Asia, tradurremo e pubblicheremo. 

Gli angeli che benedicono il varo pubblico del premio (room 007) sono due autori già usciti in Italia: H.M. Naqvi (H sta per Hussein, M non ci dice per cosa sta), e Bina Shah. Compunti e compiaciuti sul palco raccontiamo che cercheremo romanzi lontani dal solito esotismo di maniera. Bina Shah mostra le copertine dei suoi romanzi in italiano: facce di bambini poveri da terzo mondo. Ne è offesa: non c’è relazione con il testo. Mi scuso per il miserevole stato in cui versa l’industria editoriale italiana. Le dico che noi cerchiamo il contrario: non la rappresentazione della realtà in cui è abituato a crogiolarsi un certo lettore occidentale, ma storie vere, di oggi, in questo inferno di città. Magari le bande che si fronteggiano con armi pesanti, le etnie differenti, anche la criminalità pura, i sequestri di persona, le rapine. Don Winslow a Karachi. Siamo comunque lontani dalle zone di guerra aperta al nord, Peshawar, Islamabad e Lahore, dai monti dove imperano i Talebani e dove si nascondeva Bin Laden.

 

 

In questi miei sei giorni pakistani il contesto però fa solo da sfondo. Resto, e restiamo, attori di una microstoria che mettiamo in scena in tre – con me e il Console c’è Sabiana Paoli, critica d’arte e gallerista italiana a Singapore – si direbbe che ci divertiamo, sono un controsenso le risate che ci facciamo dentro alla macchina blindata del Consolato, con la guardia privata a fianco dell’autista che continua a sfilare e spostare il suo ferro da crime story sotto alla tunica bianca, e una camionetta di angeli custodi al seguito, tre militari in divisa, il mitra tra le mani. La camionetta si infuria e sgomma se un triciclo a motore si infila nello spazio tra i nostri due veicoli. Non appena ci fermiamo davanti a un ristorante i tre balzano fuori e prendono il controllo dell’area, ma uno dei militari ha una leggera zoppia e lo vediamo a volte camminare appoggiando a terra la canna del mitra, come fosse una stampella.

I dibattiti sono interessanti, là nel resort degli Avari, ma è più interessante andare a frequentare case della affluent bourgeoisie della città. Incrociare facce e sfiorare corpi. Della serata da Naqvi non riesco a dimenticare la difficoltà nel trovare la sua villa. Un’ora a vuoto, poi la macchina blindata si ferma a un incrocio di vie strette lì meno buie che altrove, ci sono un paio di negozi aperti. Naqvi individua la nostra posizione, viene a prenderci. Arriva e scende da una Mercedes (uno scrittore pakistano in Mercedes?) portando con sé l’immancabile bicchiere di whisky impugnato da una mano tra le cui dita spunta un mozzicone di sigaretta: è la sua divisa serale, l’altra mano libera a stringere le nostre e gesticolare, la sciarpa colorata, la testa rasata magari con un borsalino a tesa stretta, magari no.

 

Il romanzo più famoso di Naqvi è ambientato in gran parte a New York, lì ha vissuto a lungo, forse lì l’ha scritto. Ma non basta a farne un autore di gran fama. Ora scrive a Karachi, ma cosa guadagna uno scrittore di questo paese? La villa ha un ampio prato verde all’inglese sul retro, con le poltroncine in vimini, le sdraio, gente che entra e esce (dentro c’è il mobiletto del bar, ed è sempre e solo whisky, per tutti o quasi), che si siede dentro a spazi ampi, grandi divani, tappeti. Naqvi non ha reticenze: dice che se la famiglia di sua moglie non avesse tutto questo, loro non saprebbero come sostentarsi. Eppure sua suocera non sembra farsi troppi problemi, ha sul prato persone già un po’ in là con il bere, qualche letterato importante, qualche scrittore mancato. “Do as you like,” mi dice Naqvi. “Here everybody is already drunk.” Islam? Jihad?

Faccio poche parole con un uomo che si dice il migliore amico di Naqvi. È un poliziotto in pensione, porta una folta chioma di capelli grigi come una star del cinema, più playboy che guerriero in un paese criminogeno. Gli dico che forse lui avrebbe molto da raccontare, che a me non dispiacerebbe premiare un poliziesco ambientato a Karachi. Risponde evasivo, poi chiarisce: certe storie non si raccontano. E allora cosa si racconta? 

 

In queste case non è raro trovare politici di carriera, direttori di giornali o dirigenti di agenzie internazionali per la difesa dei diritti umani. Tutti si domandano: finirà? Finirà la guerra in nome dell’Islam che coinvolge pochi ma domina la scena? Intuisco una necessità di elaborare il lutto per questa guerra infinita, e questa successione di omicidi politici, di colpi di stato, di morti. Un ex funzionario governativo ci dice un giorno: vinceremo. Gli altri scuotono la testa: non vinceremo mai, la povertà alimenta il disordine. Lui chiarisce: non sto dicendo che cesseranno gli attentati: dovremo continuare a conviverci, come una malattia endemica. Ma loro (“loro”) hanno perso ogni appoggio, anche al nord, la gente è stufa marcia. Stufa di guerre afghane importate oltre il Khyber Pass, stufa di una conflittualità con l’India vecchia di cinquant’anni, dai tempi della separazione dei due paesi, stufa di vecchie storie, di capi di stato e capipopolo uccisi. Chiedo: ma che tipo di gente è stufa? I ricchi, nelle città, che sentono i profumi dei centri commerciali e di una vita facile, o i contadini nelle campagne, i lavoratori manuali nelle periferie? Scuotono la testa tutti: non c’è differenza. Anzi, noi siamo protetti, sono i più poveri che muoiono per le strade.

 

Spero sia vero, spero che questa élite non sia ormai irreparabilmente tagliata fuori dalla storia del proprio paese, come succede un po’ dovunque nel mondo. Eravamo, quel giorno, a casa di un ex diplomatico di carriera che ha esercitato anche in Italia. Sempre chiusi dentro a una cancellata di metallo, in una strada di villette, gli angeli col mitra fuori in attesa. La persona che teneva banco – quello che diceva, vinceremo, stiamo già vincendo – e che noi abbiamo chiamato ‘il blu’ per il colore del suo completo, sembrava sovraeccitato dal profumo di potere che emanava la sua figura, nella ripetizione continua di aneddoti che lo vedono a contatto con un primo ministro, un militare d’alto grado, e tanti altri. La sa lunga, lui, e la sa lunga l’ex diplomatico, ma noi siamo costretti ad ascoltare come fosse una messa in scena teatrale racconti su chi era il mandante dell’assassinio di chi. E non ci piace o meglio non mi piace. La giornalista e la esperta di human rights intervengono poco, io praticamente faccio scena muta. L’esibizione del potere non l’ho mai gradita, anche quando si sta tra liberal, tra persone aperte, laiche. L’ex ambasciatore mi congeda con un: tu forse hai pronunciato dieci parole in tutto. Sorrido largo. Dentro una cornicetta argentate sul comò c’è una foto di lui più giovane, in Italia, che stringe la mano al Presidente Scalfaro.

 

Una sera la nostra gallerista italiana a Singapore è invitata a cena da una famiglia importante. Riesce a imbucare anche me e Rubagotti, e di nuovo la casa è una villa enorme dietro a una cancellata che ci viene aperta da guardie che immagino armate. Di nuovo un vasto prato all’inglese, ma una posa completamente differente. I due padroni di casa parlano a voce bassa, non c’è whisky. Si mette in scena un gioco di modestia tradizionale, si serve il tè. Quando saremo a tavola la signora si isolerà su un lato in fondo, non si può mescolare agli uomini. Ma non è velata. I cognati arrivano, si presentano, vestiti meno elegantemente. Sono domande sull’Italia, Rubagotti ricorda la nostra spesso negletta potenza di fuoco manufatturiera, siamo il secondo paese esportatore della UE, abbiamo costruito, un paio di decenni fa, dighe, ponti e strade in tutto il mondo. Compare ancora la domanda: Berlusconi? La lasciamo cadere. I figli scendono a tavola in ordine sparso. Uno di loro sembra una pop star indiana, camicia griffata, muscoli e barba di un millimetro. Il secondo veste invece una tunica bianca e porta sul capo uno zuccotto bianco, ha baffi neri curati, non dice una parola ma mostra un leggero sorriso sulle labbra. Forse anche lui non ama l’esibizione del potere.

Che in questo caso è ricchezza allo stato puro. E nessuno qui, introduce parole sulla politica e sulla guerra a bassa intensità pakistana. In realtà, con noncuranza, la coppia che ci ospita prende sottobraccio Sabiana Paoli e la scorta fuori dalla sala da pranzo, chiudendo la doppia porta a vetri. Capiremo poi che la porteranno a visitare la casa e che la domanda è: vorremmo vendere due o tre pezzi, pittura contemporanea, roba autentica da Karachi. I cognati ci intrattengono (di nuovo: e Berlusconi?), solo per concedere ai padroni di casa il tempo di porre le loro offerte.

 

Del popolo di Karachi (il popolino?) non so nulla. Percorriamo la città, vedo i camion colorati come quelli afghani, vedo persone vestite normalmente anche lungo le strade più massacrate di edifici incompiuti, cantieri, o orrori urbani da terzo mondo, palazzotti recenti e già fatiscenti. Ogni tanto siamo bloccati dal traffico, l’uomo col ferro sul sedile davanti si innervosisce, si fa inversione a U e ci si infila nelle vie laterali. Bloccata a un incrocio una incongrua Mercedes cabriolet col tettuccio aperto, padre con baffoni e ragazzino seduto al fianco, Rubagotti è quasi sconvolto dalla sorpresa. Dice: non ha paura dei sequestri? O che qualcuno gli metta le mani nella macchina, gli punti una pistola in fronte?

È bravo questo Console Rubagotti, mi parla già del festival del prossimo anno, vuole invitare più italiani, vuole che la cultura diventi il biglietto da visita del nostro paese a Karachi. Dieci, cento, mille Rubagotti, please.

I dibattiti al festival sono interessanti, in inglese e in urdu. Si discute di letteratura postcoloniale, di poesia contemporanea e perfino delle relazioni tra la Divina Commedia di Dante e certi poemi Sufi di quel tempo, e dell’influenza che a sua volta Dante ha avuto sulla letteratura pakistana di due secoli orsono. Si parla di politica, anche, con esponenti della società civile indiana si discute la rivalità mai sopita tra i due paesi. Delle relazioni tra un fiorente mercato d’arte contemporanea e la diffusione del graphic novel. C’è persino Lakshmi, autrice indiana transgender, ed è uno degli incontri che fanno più scalpore, con lui a gigioneggiare, un donnone che rivendica la tradizione indù degli hijra, gli eunuchi che hanno un posto nella galleria di figure sacre e nella mitologia indiana.

Ma siamo sempre solo noi, temo. Siamo l’élite.



  • Pakistan, illustrazione di Federico Appel.
    Pakistan, illustrazione di Federico Appel.
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