Ciao (tutto a posto?)

Ciao... il saluto abituale degli italiani sembra ormai aver trovato soggiorno oltre i confini nazionali, almeno da quando in diversi altri paesi è diventato espressione comune. Niente di strano... in un mondo globalizzato, è una patente di internazionalità divisa ad esempio con bye o con hola. Se non fosse che a differenza dell'inglese o dello spagnolo l'italiano gode di una diffusione molto più limitata e quindi la "patente" raggiunta dal ciao potrebbe avere altre basi e altre origini da quella di una massa critica di parlanti. Potrebbe essere piuttosto un elemento di modernità quello che il ciao contraddistingue, fosse solo per la natura di saluto leggero ed informale, suono che dà conforto amicale e in un cui un largo campione di umanità si riconosce.

 

 

 

Bellissimo suono peraltro il ciao... eppure pochi conoscono le origini di una parola così comune. Ciao deriverebbe dal dialetto veneto S-ciao contrazione dell'espressione "schiavo vostro". Vale a dire, in origine, un saluto come forma di ossequio. Ebbene, solo nel Novecento in Lombardia e poi con una veloce progressione (oggi si direbbe "virale" ) nel resto del paese il ciao ha assunto il significato presente. In una delle città più "urbane" e sedentarie d'Europa (un unico grande centro storico, si cammina poco e ci si muove in barca) nasce il saluto della modernità stanziale... E accade nel Novecento: nel secolo che vede il predominio delle città sulle campagne, la supremazia della vita urbana e la messa al bando della pastorizia come di ogni mestiere nomade, il ciao diventa il saluto di tutti. Il ciao e la modernità urbana, il ciao e la scomparsa di un umanità nomade, solo una congettura, una suggestione naturalmente...

 

 

Una moderna "dittatura" peraltro, quella del ciao, che interponiamo nell'incontro tra conoscenti o anche semplicemente per avvicinare creando familiarità e quasi sempre per accomiatarci. Insieme a quella che sarebbe una recente pandemia restano poi le forme verbali impiegate per salutarsi mentre si chiede della vita dell'altro: "come stai?". Oltre a questa espressione ne condividiamo altre, quali: "Come andiamo?", " Come va?", "Andiamo bene?". O ancora "Come va la vita?", "Come te la passi...?".

Si dovrebbe forse dire "venivano condivise", perché l'impiego di queste forme sembra essere sempre meno abituale. Ancora niente di strano, episodio comune di evoluzione del linguaggio, sintomo e frammento di storia minuta di ogni popolazione e società, condizione naturale di ogni "lingua viva". Eppure sono tutte forme verbali in cui il movimento è sinonimo di benessere: l'andare, il peregrinare assumono qui l'augurio e il significato di stare bene.

 

Niente di strano, se non che queste espressioni tendono a essere sostituite da altre, anch'esse a loro modo rivelatrici: sempre più facilmente non diciamo forse "Tutto bene?", "Tutto a posto?", "Tutto in regola?", "Tutto in ordine?". O addirittura "Tutto sotto controllo?". Il cammino, il viaggio, la consapevolezza dell'incertezza rispetto all'ossessione odierna di avere tutto sotto controllo. Accadeva quando i mestieri nomadi erano parte del tessuto che faceva stare in piedi la società. Quando il mondo non aveva ancora messo al bando la pastorizia (finalmente cancellata la progenie di Abele). Quando il viaggio era ancora un'incognita e un'avventura, e salutarsi con Addio significava "a Dio piacendo arriveremo..." , "a Dio piacendo ci rivedremo...". Oggi non esistono più pastori né viaggi e viaggiatori, ma solo tour e "touristi". Il "giro circolare", l'andata e ritorno garantiti sono il tempo del ciao, non dell'addio. Abbiamo alienato l'incertezza del vivere mentre aneliamo a ogni forma di sicurezza.

 

Dunque i privilegi della modernità e della certezza intorno a noi... evviva! Il ciao ne è voce e saluto, mentre l'ossessione di una sicurezza alla fine comunque impossibile ci spinge oltre a dire "tutto a posto", "tutto sotto controllo". Recentissimi saluti questi, metafore, loro malgrado disturbanti piccole verità nelle nostre ordinate vite?



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