Alle cascine, alle cascine

È primavera … svegliatevi bambine /alle cascine, messer Aprile fa il rubacuor. Avevo sempre considerato Mattinata fiorentina, sussurrata dalla voce suadente di Cesare Buti , un classico della canzone gigliata , mentre basta qualche ricerca su internet per scoprire che è opera del duo milanese-napoletano Giovanni D’Anzi e Michele Galdieri ed è stata portata al successo dal milanese Alberto Rabagliati. D’Anzi e Galdieri  unificarono il paese attraverso le canzonette (O mia bela madunina, Quando canta Rabagliati), immettendo quel tanto di swing nel bel canto, ingrediente che rende ancora fresche le loro melodie.

 

È interessante anche la data della canzone: 1941. Sono gli anni in cui Firenze attraverso il Maggio musicale, la grande mostra di Giotto del 1937 e altri grandi eventi come 18 BL,  spettacolo teatrale per le masse per la regia di Alessandro Blasetti, diventava, culla ideale della lingua e delle arti, la capitale culturale italiana. Un’ambizione di breve durata: le distruzioni della guerra e, subito dopo, Montale che va a vivere a Milano e Gadda a Roma, e la città, nonostante il magistero di Longhi e Contini, ritorna un po’ alla volta al suo destino municipale.

 

 

Di belle mostre però se ne fanno ancora e così un sabato di primavera raggiungiamo Palazzo Strozzi per Pontormo e Rosso Fiorentino, divergenti vie della “maniera”.  È un’occasione da non perdere e ti aggiri per le sale senza sapere a chi dare il primato: alla finezza psicologica e alla ‘modernità’ del Pontormo oppure alla sperimentazione e all’acrobatico virtuosismo di Rosso (un confronto si trova anche nelle Deposizioni  dei due nella Ricotta di Pasolini). Dopo la mostra abbandoniamo il centro per raggiungere le Cascine, il più grande parco pubblico e forse l’unico luogo della città non intriso di storia, anche se poi si rivela un desiderio impossibile: nel prato del Quercione nacquero le prime squadre di football che si unirono dopo lunghe trattative, fedeli all’inestirpabile litigiosità municipale, solo nel 1927 per fondare la Fiorentina.

 

Noi però siamo ricerca di un’altra fiorentina, per riprendere l’Artusi, fiorentino d’adozione, “da beef-steak, parola inglese che vale costola di bue, è derivato il nome della nostra bistecca, la quale non è altro che una braciuola col suo osso, grossa un dito o un dito e mezzo, tagliata dalla lombata di vitella”.  La troviamo da Damasco, un ristorante con un anonimo e splendido décor anni ’60, che vive della fama dell’ambiente ippico. Il ristorante è a due passi del vecchio ippodromo e, secondo alcuni, vanta la miglior fiorentina della città.
Non possiamo smentire: il segreto della fiorentina è la cottura uniforme interna ed esterna, la carne deve restare calda e rossa allo stesso tempo. Inutile aggiungere pepe o sale: va mangiata così, bevendoci sopra del buon Chianti, con un po’ di insalata di contorno. Qualche crostino d’antipasto e la zuppa inglese per concludere e siamo stati da re. Per digerire una camminata lungo i prati delle Cascine con la cupola del Brunelleschi sullo sfondo. È primavera…


Trattoria da Damasco, via del Barco 13/r, t. 055414702. Per un pranzo come quello descritto si spendono sui 35 euro.



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