Il cuore dell'Emilia

È da tempo che volevo visitare il Museo Guatelli. Me ne aveva parlato l'amica Marta Sironi, che ha un gusto infallibile per il bello e non vedevo l'ora di andarci. Tra una cosa e l'altra sono passati un po' di mesi e una mattinata piovosa di questo inverno mite non scoraggia il nostro equipaggio a far rotta verso Ozzano di Taro, prima tappa di una giornata intensamente emiliana.

Tra la pianura e l'Appennino, appena prima di Fornovo, una vecchia casa di mezzadri, con stalla ed edifici annessi, ospita il Museo Guatelli. Ad accoglierci è Lino che, con amicizia e gentilezza, risponde alle nostre domande e ci fa notare le cose più curiose di questa gigantesca e compressa raccolta della civiltà contadina e, più in generale, del mondo di ieri. Ma non è solo un museo dell'uso e del riuso della vita quotidiana, è di più, e se ne sono accorti, tra gli altri, Federico Zeri, Christian Boltanski, l'onnivoro Sgarbi.

 

 

Ettore Guatelli, maestro elementare, frequentatore di Attilio Bertolucci, uomo socievole e solitario al tempo stesso, comincia a raccogliere dagli anni Sessanta tutte le tracce di un mondo che sta scomparendo. Qualcuno ha definito il Novecento il secolo del genocidio del mondo contadino. Come Ernesto De Martino gira tra Lucania e Salento per registrare le testimonianze di un mondo magico in via di estinzione, così Guatelli batte, con le sue utilitarie Fiat (dalla Topolino alla 127), le valli dell'Appennino, la pianura Padana, qualche città, e raccoglie, compra e, a volte, baratta, tutti gli oggetti d'uso della vita quotidiana, ma anche i giocattoli, le scatole di latta. Tornato a casa, li classifica, ne scrive la storia e insieme quella dei proprietari, allestisce le stanze della vecchia cascina. È qui che rifulge la sua grandezza, la sua unicità, in un allestimento totale, che adopera tutte le pareti, i soffitti (geniale!), ogni centimetro che ha a disposizione. Dispone per famiglie di oggetti, ma anche per analogia, accostamento. Memorabile l'ultima stanza che si visita, quella delle scatole. Tornati all'ingresso, a fine visita, ci si sofferma sulla montagna di valigie – il mondo in una valigia – e si comprende che è la corrispondenza tra etica ed estetica a rendere indimenticabile questo luogo.

 

Salutiamo Lino. Ci ripromettiamo di tornare, fa un gran freddo e facciamo ora meta verso Campogalliano. Qui, nella biforcazione tra Autosole e Autostrada del Brennero, a un passo dall'Alta Velocità, sorge una classica trattoria emiliana. Dopo aver vinto la prima fame con culatello e salame, scelgo spaghetti guanciale e pecorino (una "gricia" emiliana), ma sbaglio ad abbandonare la tradizione, perché i tortellini e la gramigna al torchio dei miei compagni sono migliori. Mai perdere di vista il ragù! Mi rifaccio con una faraona cotta a puntino e patate arrosto. Si beve Lambrusco Otello Nero di Ceci, premiato all'Expo (ecco a cosa servono gli Expo!).

 

 

Mentre 3/4 dell'equipaggio ronfa raggiungiamo il MAST di Bologna, un museo dedicato alla rappresentazione della civiltà industriale voluto dalla lungimiranza di Isabella Seragnoli. Si potrebbe tracciare un facile parallelo tra i due musei (la memoria di contadini e operai), ma vorrei rifletterci meglio. Intanto scopriamo un grandissimo fotografo svizzero del Novecento: Jacob Tuggener che ha diviso la sua produzione tra i balli dell'alta società svizzera e la vita di fabbrica. Il suo è un realismo che ha assorbito la lezione delle avanguardie storiche (costruttivismo, surrealismo, i grandi ungheresi, Bauhaus) per rappresentare insieme alienazione, homo faber e la presenza della grazia nella catena di montaggio. Lo si sarebbe voluto, accanto a Simone Weil, a Billancourt a fotografare le Usines Renault.

Ripercorrendo l'autostrada del Sole sotto la pioggia, penso che il cuore dell'Emilia continua a battere forte.

 

Trattoria Barchetta, via Magnagallo Est, 20, Campogalliano (MO). Tel 059526218. Si spendono sui 30-35 euro con vino. D'estate c'è un bel pergolato. Comodissimo per chi vuol fare una sosta appena fuori dall'autostrada.



  • Foto di Mauro Davoli.
    Foto di Mauro Davoli.
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