Cibo e malinconia all'italiana
Da Tavolino. Mangiare italiano all'estero

Eravamo da una settimana in cerca di fantasmi: le guerre balcaniche non interessavano più a nessuno, tranne a un manipolo di patetici reduci che cercavano di speculare sulle “glorie” belliche. A Mostar, Sarajevo, Banja Luka e nei centri minori della Bosnia quel che al massimo trovavamo erano le facciate delle case bucherellate dai proiettili, ma soprattutto molta voglia di dimenticare il passato e guardare avanti. In generale il cibo era cattivo, a volte pessimo, come quando, ingannato dall’alfabeto cirillico e dai ricordi del greco scolastico, ordinai un piatto di sofficini nel bar più elegante di Pale.

 

Passata la frontiera bosniaca, pensavamo a Belgrado come a un’oasi, se non di civiltà, di buoni ristoranti ed eccellenti bar. I bar sono bellissimi e invitano a una vita en plein air, ma quanto alle cene, il livello non si era alzato di molto. Fu allora che ci tornarono in mente le raccomandazioni di un’amica, o meglio di suo marito che è di queste parti, “se avete tempo, andate a salutare Dag il muto”. Così una sera raggiungiamo non senza difficoltà il ristorante italiano Tavolino che Dag gestisce da trent’anni nella Novi Beograd, l’ultimo tentativo di Tito di dare un’espansione economica alla città nell’area al di là della Sava, il grande fiume che si butta nel Danubio, proprio alle porte della città.

 

L’insegna del Tavolino risplende nella notte in un grattacielo che appariva per il resto disabitato. Lo aggiriamo e sul retro troviamo il dehors del ristorante al buio, ma dall’interno proviene qualche luce ed echeggiano i successi italiani degli anni che furono. Entriamo e Dag ci accoglie con aria diffidente. Presentiamo i saluti dei nostri amici ma quel signore dall’aria un po’ malandata, attorno ai 70, nega di conoscere. Il ristorante, arredato da fotografie e cimeli della saga del Padrino, è vuoto e, a parte Dag, c’è una vecchia signora dietro al banco. Ci invita comunque a sederci e ci offre un bicchiere di vino bianco.

 

Le solite schermaglie iniziali: “da dove venite, come mai a Belgrado” e, un po’ alla volta, la diffidenza svanisce e comincia a raccontarci la sua vita. Mentre mangiamo un pasticcio di pasta al forno – una ricetta appresa in un ristorante italiano di Melbourne, ci dice – davvero buono e continuando a bere dell’ottimo bianco che proviene dalla regione di Novi Sad, rievoca senza ordine la sua infanzia a Skardaljia, il quartiere bohème di Belgrado, la poca voglia di studiare e l’incontro con la boxe, classica occasione di riscatto sociale. Il padre era gastarbeiter in Germania, ma i soldi a Dag, sempre meno muto, non li facevano toccare.

 

Alla prima occasione (attorno al 1970) emigra in Italia, prima a Milano, ma fa freddo, c’è la nebbia e tutti pensano solo a lavorare, poi a Roma. Per Dag sono gli anni della “Dolce vita” – lo ripete continuamente – con via Veneto, un po’ di cinema a Cinecittà, gli ambienti sportivi e soprattutto la vita notturna. I principi di quel mondo sono Giorgio Chinaglia e Franco Califano (“gli giravano intorno così tante donne che qualcosa rimaneva anche per noi”). Quando gli diciamo che sono morti entrambi sembra esserne scosso, tanto che ce lo fa ripetere più volte.

 

Poi l’aria cambia, il matrimonio italiano va a rotoli, appende i guanti al chiodo, si trasferisce a Rimini, più tardi a Ginevra e con qualche soldo torna in Jugoslavia dove sembra aprirsi un’era di benessere al principio degli anni Ottanta. La nostalgia per l’Italia è acutissima, il suo italiano ancora impeccabile, la colonna sonora prosegue imperterrita. Non entrerà nessuno. Dopo avergli raccontato un po’ della nostra vita, parlato naturalmente di calcio, dei suoi tre matrimoni e delle tre figlie, ci lasciamo dopo aver pagato il conto ed esserci baciati e abbracciati. La malinconia della serata è stata talmente assoluta che ha inghiottito l’ambiente e non è più percepibile, tranne forse al momento di uscire, sulle note dell’immortale Ritornerai di Bruno Lauzi.

 

Non credo che ritorneremo: il mio amico, quello impallinato per le guerre balcaniche, mi fa poi leggere qualche pagina di una biografia del Comandante Arkan. Quando agli albori della sua carriera di criminale di guerra rapinava le banche di mezza Europa, il nostro Dag era il suo basista a Roma e i rapporti tra i due sono proseguiti fino agli orribili anni ’90, quando Belgrado veniva bombardata dai caccia della NATO e nella penisola balcanica tornava il Medio Evo.

 


 

Ristorante Tavolino, Cara Nikolaja II 83, Belgrado, Serbia 065/9779979. Abbiamo speso l’equivalente di 15 euro. Seguendo Tripadvisor si mangia la miglior pizza di Belgrado. Sappiateci dire.



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